Federica Napoli, ex cantante de Il Pagante, racconta a Wamily come ha sconfitto i cyberbulli

Federica Napoli, 31 anni, ex componente de Il Pagante, racconta la sofferenza dietro agli insulti di scherno che le venivano rivolti per la sua disabilità, un’aplasia alla mano sinistra. «Mi scrivevano “cercasi mano monca di Federica Napoli”, e io ho iniziato a nascondermi. Col tempo ho trovato la forza di reagire al cyberbullismo».

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7 Febbraio 2024
10:00
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Federica Napoli, ex cantante de Il Pagante, racconta a Wamily come ha sconfitto i cyberbulli
Intervista a Federica Napoli
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Sono trascorsi quasi due anni da quando Federica Napoli ha annunciato pubblicamente il suo addio a Il Pagante, il complesso musicale originariamente nato per punzecchiare con ironia la stereotipata gioventù milanese e nel tempo diventato un gruppo “hitmaker” che ha sfornato dischi d’oro e di platino. Durante la sua carriera come componente del trio meneghino, Federica si è trovata ad affrontare l’odio dei leoni da tastiera, il rovescio della medaglia dell’esposizione mediatica. Salendo sul palcoscenico e impugnando un microfono la disabilità con cui Federica era nata, un’aplasia alla mano sinistra, e con cui durante la sua infanzia e adolescenza aveva convissuto con serenità, era diventata un pretesto di scherno e di insulto, che si traduceva in disagio e sofferenza. Nel 2017, poco dopo l’uscita del singolo “La shampista” e “Bomber”, Federica, stanca dei messaggi crudeli che si trovava in direct e del black humor sotto ai post (e sotto al palco) decise di rompere il silenzio, pubblicando uno scatto con le mani in primo piano. «Lo considero un coming out, – racconta a Wamily – volevo gridare “basta” ai cyberbulli. Quando vedono che tu non hai più paura, scappano».

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Credit: Johnny Dalla Libera

Nel 2017 hai pubblicato sui social una foto in cui mostravi la tua disabilità perché eri stanca dei leoni da tastiera. Cosa avevi vissuto negli anni precedenti?

Quando ci si espone davanti a un pubblico, soprattutto sul web, si è più facilmente bersaglio di insulti, anche se non mi aspettavo dei commenti del genere. Dopo i primi video musicali, la gente ha iniziato a prendermi in giro per l’aplasia, e io mi sono chiusa a guscio. Compravo solo vestiti con le tasche per nascondere la mano, non sollevavo mai dei piatti o degli oggetti pesanti che richiedevano l'uso di entrambe le mani. Quando ero nel mio habitat naturale, con amici stretti, parenti e fidanzato, ero Fede, mentre quando ero in data o comunque in veste di Federica, la cantante del Pagante, ero ossessionata dal nascondere la mia disabilità. Sono stati anni difficilissimi.

Che genere di insulti ti venivano rivolti?

Sui social sono arrivati i commenti più cattivi e feroci, da “Mi fa schifo la tua mano” a “Cosa cerchi in tasca?”. Hanno creato addirittura una pagina Facebook che si chiamava “Aaa cercasi mano monca di Federica Napoli”.

Qual è stato l’episodio che ti ha spinto a reagire?

L’8 marzo 2017 ero fuori con le mie amiche per festeggiare la Festa della Donna e un gruppo di ragazzi si è avvicinato per chiedermi se fossi “Federica del Pagante”. Io scherzando gli risposi di no. Uno di loro esclamò: “Se non sei tu, tira fuori le mani”. Quella notte non dormii. Capii che per quelle persone io ero diventata una mano. Il giorno dopo mi convinsi a pubblicare la famosa foto con le mani davanti alla faccia per togliermi quella maschera, per dire basta ai bulli. Da allora il 9 marzo lo considero il mio giorno.

Come si combattono i bulli e i leoni da tastiera?

Non ho la bacchetta magica, se l’avessi avuta l’avrei usata pure io. Però, per quella che è stata la mia esperienza, ho capito che non avere più paura e dimostrarsi sicuri annienta i leoni da tastiera. Non appena ho mostrato la mia mano, loro sono scomparsi. A chi è vittima di bullismo o cyberbullismo mi sento di consigliare di chiedere aiuto, rivolgersi a un adulto o a una figura di riferimento ed eventualmente denunciare. Io non l’ho fatto perché purtroppo all’epoca non esisteva questa possibilità. Oggi è diverso e la Polizia postale può essere d’aiuto.

Se non avessi raggiunto la popolarità grazie al Pagante non avresti sofferto di cyberbullismo? O al contrario, senza la fama acquisita, non saresti riuscita a “gridare pubblicamente al mondo” la tua disabilità?

Senza dubbio l’esperienza del Pagante mi ha fatto soffrire perché espormi pubblicamente ha significato diventare vittima dei bulli. Fino a quel momento ero stata fortunata nella vita e non avevo mai ricevuto critiche da quel punto di vista. Però è vero anche che quello che è successo mi ha reso la donna che sono oggi, mi ha dato la forza e la grinta per gridare al mondo che non si può e non si deve farsi abbattere da queste persone.

La tua famiglia ti è stata vicina?

Sì, la mia famiglia è stata fondamentale. Prima che io pubblicassi quella foto, i miei familiari hanno sofferto con me. Avendo anche loro i social, leggevano i commenti orribili che mi scrivevano sotto ai video. Quando mi sono liberata di quel peso, è stata una gioia per tutti, perché sono automaticamente caduti quei muri che mi ero costruita. È stato un momento di unione e forza familiare: abbiamo abbattuto insieme quell’esercito di bulli che mi perseguita in chat e nei commenti.

Dopo il tuo “coming-out” ti è capitato di ricevere messaggi da parte di ragazzini che volevano raccontarti la loro esperienza?

Sì. Dal 2017 ad oggi mi hanno scritto tante famiglie e ragazzi per raccontarmi la loro storia e chiedermi dei pareri. Ho sempre risposto cercando un dialogo, e con alcune mamme ho stretto amicizia. Ma volevo realizzare qualcosa di più concreto. Perciò circa un anno fa insieme a una mamma ho creato una pagina Instagram, “La mia mano”. La definisco una tavola rotonda dove chiunque lo desideri ha modo di raccontare la sua esperienza, e ci confrontiamo. Al momento è composta principalmente da mamme con figli che hanno la mia stessa disabilità.

A loro consiglio di non tenere i figli sotto una campana di vetro. Io faccio tutto senza problemi: ho cantato su palchi anche importanti, mi trucco, mi vesto, mi alleno, uso i pesi in palestra, guido… Sì, ho una patente speciale perché purtroppo la legge è vecchissima, quindi ho l’adattamento al servosterzo. Ma parliamoci chiaramente, chi non lo ha nel 2024?

Hai mai incontrato uno di quei bulli che sotto ai commenti sui social ti insultava?

No, anche perché il più delle volte erano profili fake, e sappiamo tutti che i bulli dietro a una tastiera si sentono più forti, ma quando si tratta di dirti quelle stesse cose in faccia la maggior parte di loro non ha il coraggio. Mi è capitato di sentire degli insulti dal vivo, durante le serate, ma quando mi giravo mi rispondevano “non sono stato io”. Una volta però il gestore di un locale ha fatto una battuta infelice sulla mia mano. Se ne è accorto Eddy [componente del gruppo Il Pagante, ndr], che gli ha detto di chiedermi scusa. Mi piacerebbe avere un confronto con chi mi ha insultata, anche se sono convinta che si nasconderebbero dietro a un dito, sostenendo che ormai è passato tanto tempo, erano piccoli e non pensano più quelle cose.

Sono quasi due anni che hai lasciato Il Pagante raccontando di come sia stata una scelta sofferta e obbligata dalle tue condizioni di salute mentale. Hai ricevuto attacchi per questo?

Per fortuna no, anzi, sono stata inondata da un affetto inaspettato perché, quando ne ho parlato io, in pochi si erano esposti online sulla salute mentale. Tanti ragazzi mi hanno ringraziata perché era considerato quasi un tabù ammettere di andare in terapia. Oggi per fortuna è diverso, e parecchi artisti ne stanno parlando: Lorenzo Fragola, il cantante dei Subsonica, Checco dei Modà, Fedez… I miei attacchi di panico e di ansia erano causati essenzialmente dal mio lavoro: non mi piaceva più e non riuscivo ad accettarlo, perché mi ritenevo fortunata a svolgere un mestiere a cui tanti ambiscono. Oggi, dopo anni di terapia, sto finalmente bene. La mia psicoterapeuta un giorno mi ha guardato e mi ha detto che ora posso camminare con le mie gambe perché ho gli strumenti per poter combattere e convivere con le mie ansie.

Cosa diresti a chi oggi sta soffrendo di cyberbullismo?

Di non abbattersi. Da piccola mio papà mi ripeteva il detto popolare “raglio d’asino non sale in cielo”. Era un modo per farmi capire che purtroppo ci saranno sempre persone ignoranti che, avendo paura del diverso, lo giudicano, ma il problema non siamo noi. Non bisogna farsi mettere i piedi in testa da questi individui, ma combatterli e, in caso, denunciare.

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Rachele Turina
Redattrice
Nata a Mantova, sono laureata in Lettere e specializzata in Filologia. Antichità e scrittura sono le mie passioni, che ho conciliato a Roma, dove ho seguito un Master in Giornalismo concedendomi passeggiate fra i resti romani (e abbondanti carbonare). Il lavoro mi ha riportato nella Terra della Polenta, dove ho lavorato nella cronaca e nella comunicazione politica. Dall’alto del mio metro e 60, oggi scrivo di famiglie, con l’obiettivo di fotografare la realtà, sdoganare i tabù e rendere comodo quel che è ancora scomodo. Impazzisco per il sushi, il numero sette e le persone vere.
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